La NASA ha bisogno di un piano B per l'orbita bassa, non di una scommessa sui tempi dei privati
L'obiettivo dichiarato della NASA è evitare un vuoto di piattaforme con equipaggio in orbita. Ma il piano per sostituire la ISS ha cambiato rotta troppo spesso per essere l'unico.
Foto: NASA / Wikimedia Commons (Public domain)
Che cosa succede se la Stazione Spaziale Internazionale va in pensione e non c'è nulla pronto a prenderne il posto? È la domanda che incombe su tutta la strategia della NASA per l'orbita terrestre bassa, e crediamo meriti più attenzione della consueta ansia da fine programma.
I fatti di base sono semplici. Secondo la NASA, la stazione si avvicina alla fine della sua vita operativa nel 2030, e l'agenzia prevede di passare a stazioni commerciali in orbita terrestre bassa. Il suo obiettivo dichiarato è ridurre «la possibilità di un vuoto di piattaforme in grado di ospitare un equipaggio». Il linguaggio stesso dell'agenzia ammette che il rischio esiste. L'unica questione è quanto bene il piano lo contrasti.
Un piano che cambia di continuo non è un piano su cui scommettere
La prova più eloquente è l'instabilità della strategia stessa. In una discussione di luglio 2026, la Space Policy Edition della Planetary Society descrive come, dal 2019, la NASA sia passata da stazioni a volo libero gestite da fornitori a un modulo di proprietà governativa collegato alla ISS, per poi tornare indietro. In quella discussione, il conduttore Casey Dreier dice che la responsabile del programma della Stazione Spaziale, Dana Weigel, ha affermato quest'anno a un evento che non esiste un livello di bilancio davvero praticabile che permetta alla NASA di sostenere più stazioni commerciali indipendenti. La sua proposta di un modulo commerciale a cui agganciare le stazioni, secondo Dreier, è morta in circa un mese.
Non è così che si comporta un programma maturo quando la scadenza è a pochi anni. Intanto, le tempistiche visibili sono strette. Orbital Radar indica Haven-1 di Vast con un lancio su Falcon 9 all'inizio del 2027, mentre Starlab e Orbital Reef puntano alla fine degli anni 2020. Le assegnazioni della fase 2 erano attese nel 2026, e la stessa pagina riferisce che un quadro di marzo 2026 potrebbe portare gli sviluppatori a fornire moduli a un hub ancorato al governo. Sono obiettivi, non consegne. La storia dell'hardware spaziale suggerisce che gli obiettivi slittano, e noi pianificheremmo di conseguenza.
La questione della sicurezza che ancora non ha un responsabile
La stessa pagina riferisce che la ISS dovrebbe uscire dall'orbita intorno al 2030-2031 con un veicolo dedicato costruito da SpaceX. È una data ferma legata a un piano di sostituzione molto fragile. Una destinazione con una data di fine fissa e successori con date di inizio variabili è esattamente il tipo di squilibrio che i revisori della sicurezza esistono per mettere in discussione.
Va notato che l'Aerospace Safety Advisory Panel della NASA, nel suo rapporto annuale 2025, mette già in guardia NASA e SpaceX mentre la ISS si avvicina alla fine della vita. E un articolo di ottobre su New Space Economy, intitolato «Who Owns NASA's Safety Risk in Its Commercial Transition?», racconta la riunione pubblica del panel del 31 agosto 2026. A nostro avviso, quella domanda è il vero nodo. Quando il governo acquista un servizio, la responsabilità si sfuma, ed è lì che tempi e margini di sicurezza vengono ceduti in silenzio.
Il «battito continuo» è discutibile, il piano B no
C'è un controargomento ragionevole. Dreier si dice scettico sulla politica della presenza continua e sul mercato commerciale delle stazioni con equipaggio. Se gli Stati Uniti non hanno bisogno di un'occupazione ininterrotta dell'orbita, un vuoto è un disagio, non una crisi. È una posizione legittima, e merita una decisione pubblica anziché un lasciarsi andare.
Ma è proprio questo il punto. O il Paese decide che una pausa nella presenza di equipaggi in orbita terrestre bassa è accettabile, e lo dice, oppure mantiene la capacità e paga un'assicurazione. Quello che non dovrebbe fare è scivolare in un vuoto per inerzia perché ogni cronoprogramma privato sembrava a posto in una slide.
Il nostro verdetto
La NASA non dovrebbe ritirare la piattaforma finché un successore non avrà dimostrato di poter portare equipaggi. In pratica, significa legare l'uscita dall'orbita della ISS a traguardi dimostrati, come la dimostrazione iniziale con equipaggio nello spazio che gli accordi della fase 2 della NASA già includono come minimo, anziché a un anno di calendario. Significa anche essere onesti sui costi: un piano B, come una vita più lunga per la ISS, non è gratis. Ma un vuoto nei voli spaziali umani americani costerebbe probabilmente di più, e sarebbe molto difficile da invertire.
Le stazioni commerciali potrebbero benissimo riuscirci. Ce lo auguriamo. Ma la speranza non è un piano di emergenza.
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