L'acqua dolce nascosta di Venezia: un tesoro da non toccare
Un vasto serbatoio sotterraneo d'acqua dolce vicino a Venezia offre un potenziale immenso per una regione colpita dalla siccità, ma la sua importanza strategica risiede nella protezione e in una gestione precisa, non nello sfruttamento.
Immagine generata con l'IA
Potrebbe un lago sotterraneo, paragonabile per dimensioni all'iconico Lago di Garda, essere la risposta alla storica lotta di Venezia con l'acqua dolce e all'incombente minaccia del cambiamento climatico? I ricercatori hanno effettivamente scoperto un colossale serbatoio di acqua dolce sotto la costa vicino a Venezia, una scoperta che ha comprensibilmente generato un entusiasmo significativo. Tuttavia, uno sguardo più approfondito rivela che questo non è un semplice rubinetto da aprire, ma un sistema idrologico complesso che richiede un approccio rigoroso e cauto alla sua gestione.
Individuato per la prima volta a maggio 2025, ma ora sulle prime pagine, questo immenso corpo d'acqua dolce si trova a una profondità di circa 30 metri tra Cavarzere e Chioggia, due comuni della Provincia di Venezia. Estendendosi per quasi 30.000 ettari (300 chilometri quadrati), la sua superficie è paragonabile a quella del Lago di Garda, che misura 368 chilometri quadrati, anche se è circa 70 chilometri quadrati più piccolo, come notato da Il Dolomiti. Non si tratta di una caverna aperta piena d'acqua, ma piuttosto di un "acquitardo": uno strato profondo di sedimenti permeabili che contengono acqua dolce, protetti da spessi strati di argilla e limo meno permeabili, che fungono da barriera naturale all'intrusione di acqua salata.
Il Paradosso Persistente dell'Acqua Dolce a Venezia
Per secoli, Venezia ha affrontato il paradosso di essere una città circondata dall'acqua, ma storicamente a corto di acqua potabile dolce, come evidenziato dal Water Museum of Venice. La scoperta di una così vasta riserva di acqua dolce sotto le sue aree costiere, specialmente in una regione frequentemente afflitta dalla siccità e dall'incombente "cuneo salino", sembra una salvezza. Lorenzo Frison, ingegnere del Consorzio di Bonifica Adige Euganeo e responsabile del progetto SWAMrisk, ha spiegato a VeneziaToday che il giacimento profondo è "poco soggetto all'intrusione salina ed è interessato solo in maniera estremamente lenta da ingressioni marine". Questo contrasta nettamente con le falde acquifere superficiali, dove le concentrazioni di sale possono raggiungere i 14 grammi per litro a circa sette metri di profondità, danneggiando gravemente le colture agricole.
Le autorità locali, come il sindaco di Chioggia, Mauro Armelao, hanno espresso entusiasmo, considerando la scoperta una potenziale "risorsa strategica, soprattutto per l'agricoltura". Tuttavia, la comunità scientifica sottolinea una prospettiva più articolata. Sebbene l'esistenza di questa riserva sia inestimabile, il suo potenziale di sfruttamento diretto è gravemente limitato.
Il Pericolo del Pompaggio: Perché l'Estrazione Non È un'Opzione

Nonostante le sue dimensioni allettanti, questo corpo d'acqua dolce sotterraneo non è una risorsa facilmente accessibile. Come riporta Il Nordest, lo sfruttamento diretto e sistematico per uso agricolo o domestico è in gran parte impraticabile. Luigi Tosi, direttore di ricerca del CNR e figura chiave nella ricerca sul campo, ha lanciato un chiaro avvertimento contro l'estrazione intensiva dell'acqua, che ha definito l'"effetto Atlantide". Tali azioni potrebbero portare a un aumento dell'intrusione di acqua salata negli strati inferiori o, peggio, innescare fenomeni di subsidenza imprevedibili in un'area già geologicamente fragile, dove il terreno può trovarsi fino a quattro metri sotto il livello del mare.
Tosi afferma che il bacino "deve essere assolutamente protetto, escludendo l'uso di pozzi di estrazione e prelievi massicci". Un ricorso limitato, suggerisce, potrebbe essere concepibile solo in "casi di emergenza, dettati da siccità straordinaria, preceduti da attente valutazioni e rispettosi del bene naturale". Questa posizione cauta sottolinea il paradosso: una risorsa vitale esiste, ma la sua stessa presenza dipende dal suo stato indisturbato. Il vero valore non risiede nel pomparla, ma nel comprenderla e preservarla.
Mappatura del Futuro: Hydrocloud e Scienza Collaborativa
La scoperta stessa è emersa dal progetto europeo SWAMrisk (Subsurface Water monitoring and Management to prevent drought risk in coastal systems), un'iniziativa Interreg Italia-Croazia finanziata dall'UE. Questo progetto si concentra sulla comprensione e la mitigazione della vulnerabilità delle falde acquifere costiere ai cambiamenti climatici. Il suo obiettivo principale, come ha spiegato Luigi Tosi del CNR, è acquisire nuovi dati idrogeologici per sviluppare modelli che identifichino gli interventi di mitigazione più efficaci.
Al centro di questo sforzo c'è Hydrocloud, uno strumento predittivo innovativo e ad accesso aperto che raccoglie e sistematizza una vasta quantità di dati idrogeologici, tra cui salinità, conduttività elettrica, temperatura dell'acqua e livelli delle acque sotterranee. Presentata a Venezia nell'ambito di SWAMrisk, questa piattaforma mira a trasformare la gestione del rischio idrico e la conservazione del suolo costiero. Francesco Vincenzi, presidente di ANBI (Associazione Nazionale Consorzi di Bonifica), ha sottolineato che le mappe di rischio di Hydrocloud saranno cruciali per guidare le opere pubbliche e i progetti infrastrutturali, come la proposta barriera del fiume Brenta e i nuovi serbatoi di acqua dolce, essenziali per la sicurezza e la resilienza idrica.
A nostro avviso, la riserva sotterranea di acqua dolce vicino a Venezia non rappresenta una soluzione miracolosa per le immediate esigenze idriche, ma una profonda rivelazione scientifica. È un potente promemoria della complessa articolazione dei sistemi idrologici del nostro pianeta e dell'urgente necessità di una ricerca meticolosa e di una cooperazione internazionale. Il vero tesoro qui è la conoscenza acquisita attraverso progetti come SWAMrisk e strumenti come Hydrocloud, che ci dotano per proteggere le nostre risorse finite, piuttosto che affrettarci a sfruttarle, salvaguardando così il delicato equilibrio che sostiene questi vulnerabili ecosistemi costieri.
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